lunedì 22 giugno 2009

Lino Di Vinci, Sotto-Fondo, olio su tela, cm 90X140


Ed ecco "Sotto-Fondo", una delle grandi opere di un grande artista genovese: Lino Di Vinci.


Ricordo le emozioni che provai la prima volta che mi trovai d'innazi a quest'opera in una galleria dei vicoli genovesi. Le linee morbide mi provocarono un senso di vertigine facendomi mancare la terra sotto i piedi, facendo fluttuare i miei sensi; la profondità delle immagini mi fece sentire un tuffo al cuore.

Fui avvolta dall'impressione di essere trasportata dalle serene acque degli abissi, che riuscivo ad immaginare calde ed accoglienti grazie al verde acceso e alle sue innumerevoli sfumature, superbamente connubiate con il nero... Abissi vivi, abissi popolati, abissi caotici, volendo...

Non in tutti gli osservatori un'opera di tale spessore suscita le stesse emozioni, ma sono più che certa che nessuno di essi puo' restare indifferente.
"[...] L'autore si concede agli Abissi, che non sono tanto quelli evocati dalle profondità marine quanto gli insondabili rigurgiti dell'inconscio capace di eruttare quelle forme mostruose scaturite dagli incubi che ognuno di noi cerca di relegare nella parte più lontana dello spirito. Infatti la vegetazione acquatica dispensa nell'acidulo verde di Sotto-Fondo gli ondeggianti e sinistri fiori di unincubo visivo alimentato da occhi vaganti, da flaccidi e incombenti tentacoli di medusa da serpentelli e da una fina piacevolezza coreografica. [...]" (Luciano Caprile)

sabato 20 giugno 2009

La Pioggia Nel Pineto


Taci. Su le soglie

del bosco non odo

parole che dici

umane; ma odo

parole più nuove

che parlano gocciole e foglie

lontane.

Ascolta. Piove

dalle nuvole sparse.

Piove su le tamerici

salmastre ed arse,

piove sui pini

scagliosi ed irti,

piove su i mirti

divini,

su le ginestre fulgenti

di fiori accolti,

su i ginepri folti

di coccole aulenti,

piove su i nostri volti

silvani,

piove su le nostre mani

ignude,

su i nostri vestimenti

leggeri,

su i freschi pensieri

che l'anima schiude

novella,

su la favola bella

che ieri

t'illuse, che oggi m'illude,

o Ermione.


Odi? La pioggia cade

su la solitaria

verdura

con un crepitio che dura

e varia nell'aria secondo le fronde

più rade, men rade.

Ascolta. Risponde

al pianto il canto

delle cicale

che il pianto australe

non impaura,

né il ciel cinerino.

E il pino

ha un suono, e il mirto

altro suono, e il ginepro

altro ancora, stromenti

diversi

sotto innumerevoli dita.

E immensi

noi siam nello spirito

silvestre,

d'arborea vita viventi;

e il tuo volto ebro

è molle di pioggia

come una foglia,

e le tue chiome

auliscono come

le chiare ginestre,

o creatura terrestre

che hai nome

Ermione.


Ascolta, Ascolta. L'accordo

delle aeree cicale

a poco a poco

più sordosi fa sotto il pianto

che cresce;

ma un canto vi si mesce

più roco

che di laggiù sale,

dall'umida ombra remota.

Più sordo e più fiocos'allenta, si spegne.

Sola una nota

ancor trema, si spegne,

risorge, trema, si spegne.

Non s'ode su tutta la fronda

crosciare

l'argentea pioggia

che monda,

il croscio che varia

secondo la fronda

più folta, men folta.

Ascolta.

La figlia dell'aria

è muta: ma la figlia

del limo lontana,

la rana,

canta nell'ombra più fonda,

chi sa dove, chi sa dove!

E piove su le tue ciglia,

Ermione.


Piove su le tue ciglia nere

sì che par tu pianga

ma di piacere; non bianca

ma quasi fatta virente,

par da scorza tu esca.

E tutta la vita è in noi fresca

aulente,

il cuor nel petto è come pesca

intatta,

tra le palpebre gli occhi

son come polle tra l'erbe,

i denti negli alveoli

son come mandorle acerbe.

E andiam di fratta in fratta,

or congiunti or disciolti

(e il verde vigor rudeci allaccia i melleoli

c'intrica i ginocchi)

chi sa dove, chi sa dove!

E piove su i nostri volti

silvani,

piove su le nostre mani

ignude,

su i nostri vestimenti

leggeri,

su i freschi pensieri

che l'anima schiude

novella,

su la favola bella

che ieri

m'illuse, che oggi t'illude,

o Ermione.


(Gabriele D'annunzio)


L'Infinito


«Sempre caro mi fu quest'ermo colle,

e questa siepe, che da tanta parte

dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.

Ma sedendo e mirando, interminati

spazi di là da quella, e sovrumani

silenzi, e profondissima quïete

io nel pensier mi fingo, ove per poco

il cor non si spaura. E come il vento

odo stormir tra queste piante, io quello

infinito silenzio a questa voce

vo comparando: e mi sovvien l'eterno,

e le morte stagioni, e la presente

e viva, e il suon di lei. Così tra questa

immensità s'annega il pensier mio:

e il naufragar m'è dolce in questo mare»

(Giacomo Leopardi)